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Apostoli della Divina Misericordia con Maria Regina della pace

SINTESI CCC - SCHEDA 4_3

Il Padre Nostro
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SINTESI CATECHISMO della CHIESA CATTOLICA

PARTE QUARTA "LA PREGHIERA CRISTIANA".


SCHEDA 4_3 = IL PADRE NOSTRO

 

Premessa: Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare (…) uno dei discepoli gli disse insegnaci a pregare. In risposta a questa domanda che il Signore affida ai suoi discepoli e alla sua Chiesa la preghiera cristiana fondamentale. San Luca da’ un testo con cinque domande, san Matteo sette, nel testo che la Tradizione liturgica della Chiesa ha sempre usato.

Ben presto, l’uso liturgico ha concluso la preghiera del Signore con una dossologia; nella tradizione latina, usiamo “Tuo è il Regno, la Potenza e la Gloria nei secoli”.

 

Sintesi della preghiera: ognuno può quindi innalzare preghiere, sempre però iniziando dalla preghiera del Signore. Al Padre Nostro si illumina ogni domanda di preghiera.

L’espressione tradizionale “Orazione domenicale” (cioè preghiera del Signore) significa che ci è donata direttamente dal Signore. Il Pater è il modello di ogni preghiera.

Tale dono è stato ricevuto e vissuto dalla Chiesa fin dalle sue origini. Le prime comunità pregano il Pater tre volte al giorno. La preghiera del Signore è poi radicata nella preghiera liturgica, ma il suo carattere ecclesiale appare in tutta evidenza nei sacramenti dell’iniziazione: nel Battesimo e nella Confermazione la consegna (traditio) del Pater significa la nuova nascita alla vita divina. Coloro che sono stati rigenerati imparano ad invocare il loro Padre con la sola Parola che egli sempre esaudisce. Nella liturgia eucaristica, invece, la Preghiera del Signore appare come la preghiera di tutta la Chiesa.

 

Rapporto con Dio Padre: nella liturgia romana, l’assemblea eucaristica è invitata a pregare il Padre Nostro con filiale audacia. Fu detto a Mosè di togliersi i sandali dinanzi al roveto: solo Gesù poteva superare la soglia della santità divina. La potenza dello Spirito che ci introduce alla preghiera del Signore è indicata nelle liturgie orientali e occidentali con un termine tipicamente cristiano: la parresìa, lett. Semplicità schietta.

 

Padre: possiamo invocarlo come Padre perché rivelato dal Figli suo fatto uomo e perché il suo Spirito ce lo ha fatto conoscere. Gli rendiamo grazie per averci rivelato il suo Nome. In tal modo, attraverso la preghiera del Signore, noi siamo rivelati a noi stessi mentre ci viene rivelato il Padre. Questo dono esige una vita nuova: il desiderio e la volontà di somigliargli.

 

Nostro: è una relazione con Dio totalmente nuova. Quando diciamo “Padre Nostro” riconosciamo anzitutto che tutte le sue promesse d’amore annunziate dai profeti sono compiute in Cristo. Questo “Nostro” esprime anche la nostra speranza nell’ultima promessa di Dio. “Nostro” inoltre qualifica una realtà comune a più persone. Pregando il Pater, ogni battezzato prega in questa comunione. Per questo, nonostante le divisioni dei cristiani, la preghiera al Padre Nostro rimane il bene comune e un appello urgente per tutti i battezzati.

 

Che sei nei cieli: non indica tanto un luogo quanto un modo di essere, non la lontananza di Dio ma la sue maestà. Proprio perché tre volte santo, egli è vicinissimo al cuore umile e contrito. Quando la Chiesa prega “Padre nostro che sei nei cieli” professa che siamo popolo di Dio mentre sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del corpo celeste (2Cor 5,2).

 

LE SETTE DOMANDE: dopo averci messo alla presenza di Dio, lo Spirito filiale fa salire dai nostri cuori sette domande. Le prime, più teologali, ci attirano verso la gloria del Padre, le ultime quattro offrono alla sua grazia la nostra miseria.

Il primo gruppo di domande ci porta verso di lui, a lui; il tuo nome, il tuo regno, la tua volontà. Queste suppliche sono già esaudite nel sacrificio di Cristo, ma ora sono rivolte verso il compimento finale. Il secondo gruppo di domande attira lo sguardo del Padre delle misericordie: dacci, rimetti a noi, non ci indurre, liberaci. La quarta e quinta domanda riguardano la nostra vita, sia per sostenerla con il nutrimento, sia per guarirla dal peccato; le ultime due riguardano il combattimento per la vittoria della vita, lo stesso combattimento della preghiera.

Sia santificato il tuo nome: il termine “santificare” va inteso nel riconoscerlo come santo. La santità di Dio è il centro inaccessibile del suo mistero eterno, viene chiamata gloria, irradiazione della sua maestà. Dio manifesta la propria santità rivelando e donando il proprio nome per restaurare l’uomo a immagine del suo Creatore (Col 3, 10).  Questa domanda è esaudita attraverso la preghiera di Cristo, come le sei domande successive. La preghiera del Pater è preghiera nostra se si prega nel nome di Gesù.

 

Venga il tuo regno: il Regno di Dio è prima di noi, viene annunciato in tutto il Vangelo, è venuto nella morte e resurrezione di Cristo; viene nell’eucaristia; verrà nella gloria allorché Cristo lo consegnerà al Padre suo. Tale richiesta è il Maranathà. Nella preghiera del  Signore si tratta principalmente della venuta finale del regno di Dio con il ritorno di Cristo. Questo desiderio non distoglie però la Chiesa dalla sua missione in questo mondo, anzi, la impegna maggiormente.

 

Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra: la volontà del Padre è che tutti siano salvi. In lui siamo stati fatti anche eredi. Noi chiediamo con insistenza che si realizzi pienamente questo disegno di benevolenza sulla terra, come si è già realizzato in cielo. Noi chiediamo al Padre nostro di unire la nostra volontà a quella del Figlio suo per compiere la sua volontà, il suo disegno di salvezza per la vita del mondo. È mediante la preghiera che possiamo discernere la volontà di Dio ed ottenere la costanza nel compierla.

 

Dacci oggi il nostro pane quotidiano: “Dacci” è un bell’atto di fiducia di un figlio che attende tutto dal proprio Padre. Gesù ci insegna questa domanda che in realtà glorifica il Padre nostro perché è il riconoscimento di quanto egli sia buono al di sopra di ogni bontà.

Pane: i beni convenienti, materiali e spirituali. Il fatto però che ci siano coloro che hanno fame svela un’altra profondità di questa domanda chiama i cristiani che pregano ad una responsabilità fattiva nei confronti dei loro fratelli. Questa domanda vale anche per un’altra fame, quella di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (cfr. Mt 4,4). I cristiani devono mobilitarsi per annunziare il Vangelo ai poveri.

Oggi: non è soltanto quello del nostro tempo mortale … è l’Oggi di Dio.

Quotidiano: è una fiducia senza riserve, significa il necessario per la vita e, in senso più ampio, ogni bene sufficiente per il sostentamento. Preso alla lettera ( epiousioV =  “sovra sostanziale”) la parola indica il Pane di Vita, il Corpo di Cristo. Per questo è bene che la liturgia eucaristica sia celebrata ogni giorno.

 

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori: la nostra domanda verrà esaudita solo a condizione che noi, prima, abbiamo risposto a un’esigenza. Se prima gli abbiamo chiesto di essere sempre più santificati, tuttavia non cessiamo di peccare. Ora, ed è cosa tremenda, la misericordia di Dio non può giungere al nostro cuore finché non abbiamo perdonato a chi ci ha offeso. Nel rifiuto di perdonare ai nostri fratelli, il nostro cuore si chiude alla durezza. Questa domanda è tanto importante che è la solo cui il Signore torna nel discorso della Montagna.

Come noi li rimettiamo…: non è un caso isolato: “siate perfetti come perfetto è il Padre vostro” (Mt 5,48). Si tratta quindi di una partecipazione vitale. Soltanto lo Spirito può fare nostri i medesimi sentimenti di Cristo. Allora diventa possibile l’unità del perdono, perdonarsi a vicenda come Dio ha perdonato in Cristo (Ef 4,32). Non è in nostro potere dimenticare l’offesa, ma il cuore si offre allo Spirito che tramuta la ferita in compassione e preghiera di intercessione.

La preghiera cristiana arriva fino al perdono dei nemici. Il perdono sta anche a testimoniare che, nel nostro mondo, l’amore è più grande e più forte del peccato.

 

Non ci indurre in tentazione: tradurre con una sola parola il termine greco è difficile. Significa “non lasciarci soccombere alla tentazione”. Non entrare nella tentazione implica una decisione del cuore: “là dov’è il tuo tesoro sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21). Il combattimento e la vittoria sono possibili nella preghiera, per questo la vigilanza del cuore è richiamata insistentemente.

Ma liberaci dal male: riguarda ognuno di noi, personalmente. In questa richiesta, il male non è un’astrazione; indica invece una persona, Satana, il maligno, l’angelo che si oppone a Dio, dia-boloV, colui che si getta di traverso al disegno di Dio. Chiedendo di essere  liberati dal male, noi preghiamo nel contempo per essere liberati da tutti i mali, presenti, passati e futuri. In quest’ultima domanda la Chiesa porta davanti al Padre tutta la miseria del mondo. Insieme con la liberazione dai mali, la Chiesa implora il dono prezioso della pace.

 

Dossologia finale: “Regno, potenza e gloria” riprendono le prime tre domande del Padre nostro.

L’Amen merita un discorso a parte: S. Cirillo di Gerusalemme, nelle sue catechesi mistagogiche, dice: “al termine della preghiera tu dici amen, sottoscrivendo con così sia tutto ciò che è contenuto nella preghiera insegnata da Dio”.

 








 

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Messaggio, 25. aprile 2024

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